Radiointerferometria

Sofisticata generazione di radiotelescopi è quella dei radiointerferometri, complessi strumenti che sfruttano i principi già noti dell'interferometria ottica per migliorare notevolmente il potere risolutivo, soprattutto alle grandi lunghezze d'onda.

 Schema di radiointerferometro
Strutture basilari di semplici radiointerferometri a due antenne (a prodotto e a somma).

Fu Stanier (1950) che per primo mostrò come un radiointerferometro fosse in grado di misurare le componenti di Fourier della distribuzione di brillanza di una radiosorgente, mentre gli sviluppi radioastronomici di questa tecnica sono principalmente dovuti a M. Ryle (in Inghilterra, 1952) e a Christiansen e Mills in Australia (1953) che estesero le tecniche radiointerferometriche a due antenne verso quelle relative a strutture multi-elementi mobili, gettando le basi per il cosiddetto principio della sintesi di apertura, formulato dettagliatamente da Ryle ed Hewish nel 1960.

Le moderne misure interferometriche utilizzano gruppi di radiotelescopi distribuiti su dimensioni molto grandi (al limite, sull'intera superficie della Terra, oppure sulla Terra e lo spazio a bordo di satelliti artificiali) che operano come le fenditure di un reticolo di diffrazione: come in questo caso, il potere risolutivo dell'interferometro dipende dalle dimensioni totali dello strumento e può essere reso arbitrariamente grande. Oggi si raggiungono poteri risolutivi inferiori al millesimo di secondo d'arco che consentono di studiare oggetti celesti con notevole dettaglio, come, ad esempio, le parti centrali di galassie e quasar, dove ha origine l'enorme quantità di energia che si osserva.


Foto VLA
Suggestiva veduta aerea della caratteristica struttura del più grande strumento radiointerferometrico "singolo" del mondo: il VLA (Very Large Array - NRAO) americano nel deserto di Socorro (Nuovo Messico), composto da 3 bracci a forma di Y, ciascuno lungo 35 km, con 9 antenne a parabolide ciascuna del diametro di 25 metri (operanti nell'intervallo di frequenze da 1 a 24 GHz). Questo imponente strumento è considerato uno dei simboli della moderna radioastronomia.
Pagina in costruzione
Pagina in costruzione


L'incremento del potere risolutivo..

Il generale procedimento di misura della densità di flusso cosmico consiste nel puntare il radiotelescopio sulla zona di cielo interessata misurando l'incremento del segnale risultante rispetto ad un livello di riferimento. Se l'apparato ricevente è stato calibrato, la deflessione del segnale utile può essere direttamente convertita in temperatura equivalente di antenna: noto il guadagno di antenna è possibile ottenere la densità di flusso della sorgente.

Per rivelare il flusso di radiosorgenti deboli è indispensabile utilizzare un sistema di antenna caratterizzato da grande area efficace, mentre per distinguere maggiori dettagli strutturali è necessario un elevato potere risolutivo, raggiungibile utilizzando strumenti dotati di un fascio di ricezione sufficientemente stretto.

Questa caratteristica, che contribuisce a diminuire le fluttuazioni del rumore di fondo del cielo, è direttamente legata alle dimensioni fisiche del sistema di antenna, con limiti notevoli circa la risoluzione ottenibile in pratica: il problema si risolve utilizzando i sistemi interferometrici che derivano, in linea di principio, dallo strumento ottico di Michelson.

Per spingere il potere risolutivo oltre i limiti raggiungibili da una singola antenna si ricorre alla composizione dei segnali provenienti da due o più antenne (ciascuna avente dimensioni relativamente modeste) poste a una distanza grande rispetto alle loro dimensioni e alla lunghezza d'onda operativa.



I radiointerferometri e gli array di antenne a sintesi di apertura sono stati sviluppati per misurare fini dettagli angolari della radiazione cosmica, superando agevolmente i limiti di risoluzione imposti dai radiotelescopi ad antenna singola.